• BES: 130 indicatori raccontano l'Italia

    venerdì 17 febbraio 2017 L’Istat presenta il Rapporto Bes 2016: il benessere equo e sostenibile in Italia. Più che una fotografia si tratta di un viaggio nella qualità della vita di chi vive nel nostro Paese, tra aspettative e preoccupazioni a fronte di dati oggettivi e misurabili. (Scopri di più su: IlGiornaleDelleFondazioni.com)
    • Francesco Mannino
    Un rapporto che getta le basi per approfondire (e valutare) i diversi settori indagati (domini) con il metodo degli indicatori, denso di approcci non scontati che potrebbero e dovrebbero contaminare le scelte pubbliche. E forse anche un certo dibattito che s’interroga sugli impatti di alcuni interventi, nella fattispecie delle progettualità culturali

    Ne aveva parlato Vittoria Azzarita sulle pagine de Il Giornale delle Fondazioni del dicembre 2015, quando fu presentato il rapporto precedente: il BES, acronimo di benessere equo e sostenibile, è un quadro integrato dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali dell’Italia, che viene annualmente ricostruito da ISTAT grazie ad un impianto metodologico molto strutturato, e presentato per il 2016 (quarta edizione) a Roma il 14 dicembre scorso. L'analisi prevede la suddivisione in 12 settori della società (domini), indagati attraverso la lente di cosiddette “dimensioni rappresentative principali” e soprattutto di ben 130 indicatori.

    I 12 domini sono: Salute, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Sicurezza, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi.

    Come si vedrà più avanti, approfondendo la sintesi dei domini e dei loro indicatori, o addirittura leggendo con attenzione il rapporto – accessibile, corredato di tavole statistiche e pensato per una consultazione aperta anche ai non addetti ai lavori –, il quadro delineato è innanzitutto una mappa dello stato di benessere di chi in Italia ci vive, che diventa anche narrazione quando gli indicatori cominciano a parlare di aspettative di vita, di percezione del pericolo, di soddisfazione dei servizi, di ore lavorate in una settimana o di preoccupazione per il proprio paesaggio o per il proprio patrimonio culturale. Insomma, di vita vissuta, con i suoi sogni, le sue gioie, le sue difficoltà, le sue sofferenze.

    Perché abbiamo bisogno di individuare, leggere e misurare il benessere (o il suo contrario), in relazione all’equità (o meno) con cui esso è diffuso tra la popolazione e la sua (presunta) sostenibilità? A questo proposito è ISTAT che ci fornisce alcune chiavi di lettura, sottolineando che per il 2016 il Rapporto Bes è collegato a due importanti novità. Innanzitutto gli indicatori di benessere equo e sostenibile sono stati inclusi tra gli strumenti di programmazione e valutazione della politica economica nazionale, come previsto dalla riforma della Legge di bilancio, entrata in vigore nel settembre 2016. In secondo luogo le Nazioni Unite, nell’approvare l'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e i 17 obiettivi (SDGs nell'acronimo inglese), hanno delineato a livello mondiale le direttrici dello sviluppo sostenibile dei prossimi anni: questo avvalora il ruolo degli indicatori statistici come strumento per orientare e influenzare i processi decisionali (“Lisbon memorandum”, vedi bibliografia).

    Si aggiunga a mo’ di esempio che nel bando Conibambini.org, pensato dall’omonima impresa sociale per lanciare una ampia campagna finalizzata al contrasto delle povertà educative, i dati del BES costituiscono una importante base di partenza per individuare il fenomeno e di conseguenza gli obiettivi da raggiungere.

    Insomma, gli indicatori utilizzati da ISTAT «a valle di un ampio e articolato dibattito che ha coinvolto istituzioni, mondo della ricerca e organismi della società civile sul tema della misurazione del benessere individuale e sociale», sta entrando nel campo delle decisioni pubbliche, affiancando in modo del tutto inedito indicatori esclusivamente economici come il Prodotto Interno Lordo o suoi derivati. Una novità che ad esempio potrebbe portare a considerare centrale il contrasto alla povertà educativa non solo e non tanto perché essa possa eventualmente influire sulla ricchezza del Paese, quanto perché tale fenomeno ipoteca il futuro dei nostri ragazzi, che sono prima di tutto persone che hanno diritto a godersi quel futuro, meglio di come noi stiamo vivendo il nostro presente. O che potrebbe portare a considerare il patrimonio culturale non solo nella sua veste di attrattore turistico, ma a potenziarne il ruolo di “oggetto” utile a consolidare le comunità intorno alle proprie storie, ai propri paesaggi, alle proprie memorie e ad esse conferire maggiore consapevolezza nell’affrontare la complessità del presente in funzione della difficile costruzione del futuro: a tal proposito si consiglia di leggere le premesse metodologiche al 9° dominio del BES, “Paesaggio e patrimonio culturale”. O ancora che potrebbe portarci a considerare che dover lavorare 60 ore a settimana porta in sé una pesante contropartita, ovvero tanta stanchezza, una crescente alienazione e la perdita di relazioni sociali, dentro e fuori l’ambito familiare. Tutto questo si trova dentro il BES, ed è sempre più a portata di mano, anche per chi ha il compito di elaborare politiche e pianificare budget pubblici.

    Ma è anche un altro il significato intrinseco di cui il BES è portatore, ovvero la dimostrazione che leggere i settori del nostro vivere quotidiano mediante il ricorso ad indicatori (condivisi), può portare più speditamente verso politiche che procedano per obiettivi ma anche per impatti traguardabili e valutabili: se conosciamo una criticità possiamo immaginare quale sia la soluzione, e potremmo volerla assumere come punto di arrivo, quindi immaginare quale miglioramento vogliamo produrre.

    Questa della valutazione degli impatti sociali è una questione cruciale, che rimbalza in molte occasioni di confronto pubblico e di produzione scientifica (vedi note), e che ha trovato le prime forme concrete già nella Finanziaria 2016 a proposito delle imprese benefit. Il settore culturale ne sta molto discutendo, come ad esempio ad ArtLab 2016, o nelle pagine de Il Giornale delle Fondazioni a proposito di welfare culturale: ci si chiede infatti come vedere riconosciuto il ruolo delle progettualità e delle produzioni culturali non solo in chiave economica (impatto sul PIL o su economie locali) ma anche sociale e più specificatamente nel benessere che esse possono produrre sulla qualità della vita del singolo e sulle sue relazioni con gli altri.

    Il quadro restituito dal BES, i suoi dati e il suo portato metodologico possono costituire un indubbio passo in avanti nella sistematizzazione del welfare del futuro, permettendo anche a settori e metodologie finora “non convenzionali” di entrare a pieno titolo nella sua definizione, strutturazione e applicazione. Certamente esso costituisce un paradigma di confronto che i decisori pubblici possono usare come nuova bussola per orientare le proprie scelte, un potente strumento a supporto all’ossatura etica che dovrebbe portare a gettare le basi per il nostro e altrui futuro.

    Consigliamo l’approfondimento sui 12 domini per comprenderne l’articolazione utilizzando la sintesi che segue o ricorrendo ai documenti originali di ISTAT, indicati in calce all’articolo. Gli indicatori di ogni dominio, con alcuni dati riportati tra parentesi, sono seguiti (in corsivo) da brevi introduzioni ai paragrafi della “Nota per la stampa”. Buona lettura.


    I 12 domini

    Salute: 3 dimensioni rappresentative (indicatori di risultato, indicatori specifici per fasi del ciclo di vita e relativi ai fattori di rischio o protezione della salute derivanti dagli stili di vita) e 14 indicatori, dalla speranza di vita (e in buona salute) alla nascita al tasso di mortalità infantile (leggera diminuzione), dal tasso di mortalità per accidenti di trasporto (leggera diminuzione) alla mortalità per tumore (leggera diminuzione, ma zerovirgola su 10mila), agli indicatori di stili di vita, ovvero dall’eccesso di peso (aumento) al fumo (stazionario) e all’alcol e alla qualità della alimentazione.
    L’Italia si conferma uno tra i paesi più longevi d’Europa, anche se la qualità della sopravvivenza (misurata con la speranza di vita senza limitazioni a 65 anni), seppure in miglioramento, resta sotto la media europea.

    Istruzione e formazione: 4 dimensioni rappresentative (istruzione formale, formazione continua, livelli di competenze e partecipazione culturale) e 11 indicatori, dalla partecipazione alla scuola dell’infanzia (92%, tra le più alte d’Europa) al diploma superiore o titolo universitario conseguiti (+11 e +10 punti in 10 anni), dall’abbandono del sistema formativo (+8%, ovvero 14,7% al di sopra della media europea) ai Neet (Mezzogiorno 35,3%, doppio rispetto al Nord), dalla formazione continua alle competenze alfabetiche, numeriche e informatiche, fino alla partecipazione culturale (27,9%).
    Prosegue il miglioramento dei livelli di istruzione della popolazione e della partecipazione al processo formativo, fatta eccezione per la formazione continua che invece registra un calo.

    Lavoro e conciliazione tempi di vita: 5 dimensioni rappresentative (partecipazione e inclusione sociale, qualità del lavoro, conciliazione dei tempi di lavoro e vita, vita di impresa e insicurezza dell’occupazione e soddisfazione del lavoro) e 14 indicatori, dal tasso di occupazione (compresi i lavori a termine o instabili, i non regolari, l’occupazione femminile e la transizione verso la stabilità, +4,1%) alla mancata partecipazione al lavoro, dai sottopagati ai sovraistruiti (occupati che possiedono un titolo di studio superiore a quello maggiormente posseduto per svolgere quella professione sul totale degli occupati), dagli infortuni sul lavoro al lavoro oltre le 60 ore a settimana (il 54,1% delle donne occupate svolge oltre 60 ore settimanali di lavoro retribuito e/o familiare), dall’asimmetria familiare alla soddisfazione per il lavoro svolto (+0,1%) o la percezione di insicurezza (dal 10,2% all’8,6%).

    Benessere economico: 2 dimensioni rappresentative (reddito disponibile e ricchezza, e spesa per consumi e condizioni materiali di vita) e 10 indicatori, dal reddito medio annuo pro capite (nel Mezzogiorno il 37% in meno del Nord) all’indice di disuguaglianza (stabile) e di rischio di povertà (in aumento, quota 7,6%, pari a 4 milioni e 598 mila persone), dalla vulnerabilità finanziaria (Percentuale di famiglie con un servizio del debito superiore al 30% del reddito disponibile sul totale delle famiglie residenti) alla povertà assoluta o la grave deprivazione materiale [esiste se sussistono almeno quattro dei seguenti problemi: (i) non poter sostenere spese impreviste di 800 euro; ii) non potersi permettere una settimana di ferie all'anno lontano da casa; iii) avere arretrati per il mutuo, l'affitto, le bollette o per altri debiti come per es. gli acquisti a rate; iv) non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni, cioè con proteine della carne o del pesce (o equivalente vegetariano); v) non poter riscaldare adeguatamente l'abitazione; non potersi permettere: vi) una lavatrice; vii) un televisore a colori; viii) un telefono; ix) un'automobile], dalla bassa qualità della abitazione all’indice di grande difficoltà economica, fino alla molto bassa intensità lavorativa
    La moderata crescita del reddito disponibile pro-capite (+1% rispetto al 2014) e del potere d’acquisto (+0,9%), cui ha contribuito la frenata della dinamica inflazionistica, ha favorito, nel biennio 2014-15, un recupero della spesa pro-capite per consumi (+1,6%), mentre la propensione al risparmio è rimasta inferiore a quella del periodo pre-crisi. Il recupero di fiducia delle famiglie si associa alla diminuzione delle persone che vivono in famiglie che arrivano a fine mese con grandi difficoltà (da 17,9% nel 2014 a 15,4% nel 2015). Si riduce anche la quota di famiglie in condizioni di vulnerabilità finanziaria (da 4,8% nel 2012 a 3,6% nel 2014): tra quelle con minori livelli di ricchezza è diminuito sia il numero degli indebitati sia la loro esposizione media.

    Relazioni sociali: 3 dimensioni rappresentative (società civile, economia sociale e famiglia) e 9 indicatori, dalla soddisfazione per le relazioni familiari e amicali, dalle persone su cui contare (81,7% ritiene di averne certe) alla partecipazione sociale (24,1%), civica e politica (questa scende dal 66,4% al 63,1%), dalle attività di volontariato al sostegno economico alle associazioni e loro consistenza, fino alla fiducia generalizzata sulle altre persone.
    La soddisfazione per le relazioni interpersonali è molto bassa nel nostro Paese. Solo due persone di 16 anni e più su dieci esprimono un’elevata soddisfazione (tra 9 e 10) per i rapporti personali con parenti, amici e colleghi (17 punti percentuali in meno della media europea). È invece molto diffusa la possibilità di ricevere sostegno o aiuto dalla rete parentale e amicale, così ha dichiarato l’85,6% della popolazione; questo valore, pur alto, è ancora una volta inferiore alla media europea pari al 93,3%. La fiducia negli altri, in linea con la media europea, è piuttosto contenuta, pari a 5,7 su una scala da 0 a 10.

    Politica e istituzioni: 3 dimensioni rappresentative (partecipazione civica e politica, fiducia nelle istituzioni e coesione sociale, norme e valori condivisi) e 12 indicatori, dalla partecipazione elettorale alla fiducia nel Parlamento, nel sistema giudiziario, nei partiti, nelle istituzioni locali e in altri tipi di istituzioni, dalle donne tra i rappresentanti politici a livello nazionale (37%) e locale, fino agli organi decisionali e nei CdA delle SPA, fino all’età media dei parlamentari e la durata dei procedimenti civili.
    Malgrado l’inversione di tendenza rispetto al 2015, resta alta nel 2016 la sfiducia dei cittadini nei confronti di partiti (voto medio 2,5), Parlamento (3,7), Consigli regionali, provinciali e comunali (voto medio 3,9), e nel Sistema giudiziario (4,3). La valutazione è superiore alla sufficienza solo per Vigili del fuoco e Forze dell’ordine, che insieme registrano un voto medio di 7,2, in aumento rispetto al 7,0 dell’anno precedente.

    Sicurezza: 4 dimensioni rappresentative (oggettive: criminalità e violenza fisica e sessuale subita dentro e fuori le mura domestiche; soggettive: percezione del degrado sociale e ambientale e paura della criminalità) e 11 indicatori, tra cui (oggettivi) il tasso di omicidi, di furti in abitazione (maggiori al nord, 22,2 ogni mille famiglie contro una media nazionale di 17,9), di borseggi, di rapine (maggiori al sud), di violenza fisica (-0,7% in 8 anni), sessuale ( dall’8,9% al 6,4%) e domestica sulle donne e (soggettivi) la paura di subirle, la percezione di sicurezza camminando al buio da soli (solo il 46,9% delle donne mentre per gli uomini si sale al 75,3%), la preoccupazione di subire un reato (la preoccupazione per sé o per altri della propria famiglia di subire una violenza sessuale passa dal 42,7% nel 2009 al 28,7% del 2016) e la presenza di elementi di degrado (i cittadini che lo individuano nella zona in cui vivono sono passati dal 15,6% nel 2009 al 12,2% nel 2016).
    Nel 2014 gli indicatori relativi alla sicurezza in Italia risultano stabili o in diminuzione sull’anno precedente ma i livelli sono piuttosto differenziati sul territorio.

    Benessere soggettivo: 2 dimensioni rappresentative (cognitiva e affettiva) e 4 indicatori, dalla soddisfazione per la propria vita ( le persone che esprimono una valutazione molto positiva della vita nel complesso sono il 45,7% del totale nel Nord, il 40,4% nel Centro e il 35,1% nel Mezzogiorno) e per il tempo libero ( nel 2016 la quota di chi si dichiara molto o abbastanza soddisfatto rimane stabile a oltre il 66%), al giudizio positivo e negativo per le prospettive future (incertezza rispetto all’evoluzione della situazione nel prossimo futuro, che nel 2016 passa al 25,4% dal 23,5% del 2015).
    Nel 2016 è aumentata la quota di persone che esprimono una soddisfazione elevata per la vita nel complesso (ossia un punteggio di almeno 8 su una scala 0-10); si è passati da 35,1% a 41,0%, dopo il forte calo registrato tra il 2011 e il 2013 (da 45,9 a 35,0%) e la sostanziale stabilità nel periodo successivo.

    Paesaggio e patrimonio culturale: 2 dimensioni rappresentative (soggettiva: paesaggio sensibile; oggettiva: governance per assicurare l’importanza fondamentale rivestita dall'arte e dalla cultura per la crescita del capitale sociale, umano ed economico del paese, e le correlazioni con il benessere degli individui connesse alle forme di identificazione e condivisione nel valore del Patrimonio culturale. Ai fini dell'analisi, il territorio di ciascuna regione viene ripartito in tre ambiti paesaggistici distinti: urbano, rurale e naturale) e 12 indicatori, dalla dotazione di risorse del patrimonio culturale alla spesa corrente dei comuni per la sua gestione (dai 27 euro pro capite di Trento ai 2,2 euro della Campania), dall’indice di abusivismo edilizio a quello di urbanizzazione o l’erosione di spazio rurale (urban sprawl), dalla presenza di paesaggi rurali storici alla valutazione dei programmi regionali di sviluppo rurale (PSR), fino alla densità di verde storico e parchi urbani, e la consistenza di tessuto urbano storico, ma anche l’insoddisfazione per il paesaggio del luogo di vita (22,1% nel 2015 contro il 20,1% dell’anno precedente) e la preoccupazione per il suo deterioramento.
    L’Italia conserva il primato nella Lista del patrimonio mondiale dell’Unesco per numero di beni iscritti (51, pari al 4,8% del totale), seguita – ormai a brevissima distanza – dalla Cina (50) e poi da Spagna, Francia e Germania. Tuttavia, il quadro complessivo del dominio Paesaggio e patrimonio culturale segnala in molti casi difficoltà e arretramenti, in parte riconducibili alla lunga crisi economica che ha caratterizzato gli ultimi anni. Si è, infatti, ridotta sensibilmente la spesa pubblica destinata alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale (dallo 0,3% della spesa complessiva delle Amministrazioni centrali del 2009 allo 0,2% del 2015) e continua a crescere – sia pure nel contesto di una generale contrazione della produzione edilizia – il tasso di abusivismo.

    Ambiente: 6 dimensioni rappresentative (qualità dell’aria, dell’acqua, del suolo e del territorio, biodiversità, valutazione soggettiva della qualità dell’ambiente, materia, energia e cambiamenti climatici) e 15 indicatori, dal trattamento delle acque reflue alla qualità dell’acqua costiera marina e dell’aria urbana, dalla disponibilità di verde urbano (in ambito urbano la disponibilità media di aree verdi nei comuni capoluogo è di 31,1 m2 per abitante: due terzi circa dei comuni però si attestano sotto il valore medio e 19 città non raggiungono i 9 m2 pro capite) alla quantificazione di aree con problemi idrogeologici e di siti contaminati, dal conferimento dei rifiuti in discarica alle aree terrestri e marine protette e di particolare interesse naturalistico (i territori inclusi nella Rete Natura 2000 non registrano variazioni, attestandosi al 19,3%), dalla preoccupazione per la perdita di biodiversità ai flussi di materia, dall’energia da fonti rinnovabili (fra il 2014 e il 2015 scende visibilmente la quota di consumi energetici coperti da fonti rinnovabili, passando dal 37,3% al 33,1%) alle emissioni di CO2, fino alla soddisfazione per la situazione ambientale (nel 2015 il 19% delle persone si ritiene preoccupato a fronte del 17,2% del 2014, in particolare i giovani).
    Le risposte alle problematiche di salvaguardia dell’ambiente, in gran parte guidate dalle normative europee o dall’insorgere di specifiche emergenze, appaiono ancora frammentate.

    Ricerca e innovazione: 2 dimensioni rappresentative (creazione di conoscenza e sua applicazione e diffusione) e 7 indicatori, dall’intensità di ricerca (Nel 2014, l’incidenza della spesa in ricerca e sviluppo sul Pil è pari all’1,38%, in crescita rispetto all’1,31% del 2013, anche se il livello rimane inferiore al target nazionale definito nell’ambito degli obiettivi di Europa 2020, 1,53%) alla propensione alla brevettazione, dall’incidenza dei lavoratori della conoscenza sull’occupazione (Nel 2015 l’incidenza dei lavoratori della conoscenza si attesta al 15,9% del totale, in aumento sul 15,5% del 2014) al tasso di innovazione del sistema produttivo e del suo prodotto/servizio, dalla specializzazione produttiva nei settori ad alta tecnologia all’intensità dell’uso di internet (in Italia si connette frequentemente a Internet il 63,4% delle persone di 16-74 anni, sotto la media europea).
    Nel contesto europeo l’Italia mostra un evidente ritardo nei settori legati all’economia della conoscenza e all’innovazione. Si collocano sotto la media europea l’intensità della spesa per ricerca e sviluppo, l’intensità brevettuale, la quota di occupazione nei settori high-tech e quella di occupazione di figure professionali altamente qualificate.

    Qualità dei servizi: 4 dimensioni rappresentative (accessibilità, tempestività, trasparenza ed efficacia) e 11 indicatori, dai posti letto nei presidi socio-assistenziali e socio-sanitari (6,3 posti per mille abitanti contro i 6,5 nel 2011) ai bambini presi in carico dai servizi comunali per l’infanzia (a fronte dell’obiettivo del 33% sono disponibili 22,5 posti ogni 100 bambini in età 0-2 anni), dagli anziani trattati in assistenza domiciliare integrata (leggero miglioramento) all'irregolarità del servizio elettrico e dell’acqua, dalle famiglie allacciate alla rete del metano alla raccolta differenziata, dal sovraffollamento degli istituti di pena al tempo dedicato alla mobilità (gli spostamenti occupano il 5,3% di una giornata della popolazione di 15 anni e più: in un giorno feriale medio sono dedicati alla mobilità 76 minuti), dal TPL (trasporto pubblico locale espresso in posti-Km per abitante: -3,4% nel 2014 sull’anno precedente, -7,6% rispetto al 2011) alla difficoltà di accesso ad alcuni servizi.
    Accessibilità, equità, efficacia sono le chiavi di lettura utilizzate per analizzare la qualità dei servizi pubblici.

    Fonte: GdF - Il Giornale delle Fondazioni

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